I difetti di vista che sino ad oggi hanno trovato correzione negli occhiali e nelle lenti a contatto possono avere ormai una valida alternativa terapeutica mediante un trattamento effettuato con interventi di "chirurgia refrattiva".
Tali tecniche chirurgiche trovano le applicazioni più vantaggiose quando, escluso il semplice desiderio estetico di non portare una correzione ottica, vi siano caratteristiche dei parametri oculari e dell'ambiente che impediscano al paziente la capacità di utilizzo del proprio apparato visivo al meglio con l'uso di occhiali o lenti a contatto.
Tale intendimento è più evidente nei difetti di vista che legano il paziente alla dipendenza dall'occhiale, nelle elevate differenze di refrazione tra un occhio e l'altro, specie se non vi è tolleranza alle lenti a contatto, ed in alcuni tipi di attività lavorative in cui le semplici soluzioni di tipo ottico creano innegabili svantaggi (motivi professionali e implicazioni psicologiche).
L'accurata selezione da parte del medico delle singole caratteristiche cliniche e un approfondimento dei motivi che conducono il paziente all'intervento, nonché del tipo di intervento da effettuare, sono resi necessari dalla considerazione che l'atto chirurgico non è reversibile e dalla possibilità, seppur minima, del verificarsi di complicanze, di modificazioni secondarie o della persistenza o comparsa di residui refrattivi indesiderati, problemi comuni a qualsiasi tipo di intervento chirurgico.
Va inoltre rilevato che ogni atto di chirurgia refrattiva, quale che sia la tecnica adoperata, si rivolge alla risoluzione dei soli difetti di refrazione (miopia, astigmatismo, ipermetropia), ma non modifica quelle patologie che possono essere associate al difetto di vista.
In altre parole, ad esempio, un miope con alterazioni retiniche che compromettono parte della sua funzionalità visiva non può sperare di vedere risolto questo problema da un intervento chirurgico a scopo refrattivo; nè questo può costituire una "assicurazione" verso eventuali, possibili, successive complicanze retiniche, assolutamente non connesse all'intervento effettuato precedentemente (in pratica possono avvenire comunque, che si sia fatto o meno l'intervento).
L'intervento mira invece solo ad una riduzione del potere dell'occhiale o, molto spesso, alla sua completa eliminazione, con diminuzione dei fastidi e delle distorsioni che ad esso si accompagnano. In pratica può far vedere naturalmente, cioè a occhio nudo, ciò che si vede con gli occhiali o con le lenti a contatto, ma il restante quadro clinico oculare rimane com'è.
L'intervento non "ferma" quindi una miopia in evoluzione, ma "toglie" le diottrie (cioè l'occhiale) presenti nel momento in cui si pianifica l'intervento. Per questo motivo, si consiglia l'intervento chirurgico non prima dei 18 anni, perché la miopia prima di questa età è statisticamente quasi sempre in evoluzione. In alcuni casi si può anticipare (miopie congenite e stabili, astigmatismi elevati monolaterali) o posticipare ai 21-25 anni e oltre.

Inoltre, in caso di ambliopia (occhio pigro) non si possono ottenere i 10/10 senza occhiale, ma al massimo il visus presente in quell'occhio con la lente correttiva prima dell'intervento; in altre parole, se il paziente con occhio pigro arriva al massimo a 5/10 con l'occhiale, vedrà dopo l'intervento 5/10 ad occhio nudo, non di più.
Nelle persone nelle quali siano già presenti le manifestazioni della presbiopia (in genere dopo i 40-45 anni), l'eliminazione completa del difetto miopico comporterà l'uso di un occhiale per vicino (in pratica si ritorna ad essere delle persone "normali", come le altre). Questo fastidio nella lettura è presente tanto più nelle prime settimane del post-operatorio, in cui è presente una ipercorrezione temporanea (ipermetropia), che accentua la fisiolologica difficoltà visiva per vicino. L'ipercorrezione tende in genere a regredire in 20-30 giorni.
Nei casi in cui l'esigenza dell'intervento fosse dettata dalla partecipazione a concorsi (carriere militari, brevetti di volo, ecc.), sarà premura dell'interessato informarsi circa le caratteristiche visive richieste dal bando di concorso, nonché della legittimità dell'intervento stesso ai fini concorsuali.
Pertanto, per non andare incontro ad errori ed incomprensioni sui programmi prefissi e sui risultati raggiunti, è indispensabile che il paziente venga informato in modo esauriente dal medico, cosicché il suo consenso all'intervento sia motivato e convinto. In altre parole un paziente illuso può essere deluso se si aspettava un'intervento miracoloso.
Va perciò escluso il paziente che pretende i 10/10 naturali a tutti i costi, perché può talvolta rimanere un residuo refrattivo, seppur nella maggior parte dei casi lieve e inavvertito.
La gradazione "zero" assoluta è spesso pressoché impossibile. Va comunque detto che se vengono analizzati individui che non portano occhiali e non ne sentono necessità, il 99% di essi ha una gradazione di più o meno 1 diottria di vizio refrattivo.
Il fine dell'intervento è l'indipendenza dall'occhiale e/o dalle lenti a contatto: non deve essere quindi considerato un insuccesso, ad esempio, dover usare un residuo di 0,50-0,75 diottrie per la guida la sera o per la tv, per un individuo che prima dell'intervento non era autonomo, senza occhiali o lenti a contatto, neanche a recarsi a fare il bagno al mare.
Gli interventi di chirurgia refrattiva sono di tipo ambulatoriale, senza ricovero, in anestesia cosiddetta "topica", cioè con collirio. Essi hanno una durata variabile in relazione al difetto da correggere, ma sempre nell'ordine di pochi minuti.
Il paziente va prima studiato con esami speciali (topografia, pachimetria corneale, ecc.), che valutano l'idoneità all'intervento e indirizzano verso la scelta delle tecniche più appropriate.

 

LE DIVERSE TECNICHE LASER

A grandi linee possiamo distinguere tecniche di superficie (PRK) e tecniche più profonde (LASIK o intrastromali).

Grazie all'anestesia locale con semplice collirio, il paziente non avverte alcun dolore durante l'intervento con entrambe le tecniche.

Le tecniche PRK sono semplici e il laser ad eccimeri esercita la sua azione direttamente sulla superficie corneale; viene rimosso prima della sua azione solo il sottile strato superficiale epiteliale. Dopo l'intervento vengono messe delle lenti a contatto di protezione, senza correzione, che hanno una azione simile al bendaggio, ma che permettono di vedere, essendo trasparenti, anche se l'intervento viene effettuato in entrambi gli occhi nella stessa seduta; esse vengono rimosse dal medico dopo circa 1 settimana. Per i primi 2-3 giorni il paziente può evere bruciore e lacrimazione. Il risultato visivo ottimale si ottiene normalmente in 2-3 settimane, pur essendoci una visione accettabile già dopo in genere 1 settimana.

Le tecniche LASIK prevedono l'azione del laser ad eccimeri appena più in profondità, all'interno dello stroma corneale; ciò si ottiene ormai oggi non più con un taglio esercitato da una lama chirurgica, ma attraverso la più prevedibile e sicura azione di un secondo laser, chiamato a femtosecondi, che solleva il sottile tessuto corneale tramite l'azione di tante piccolissime microbolle di vaporizzazione. A questa prima fase segue, come nelle tecniche precedenti, l'azione correttiva del laser ad eccimeri. Si usano quindi 2 tipi di laser, per questo i costi sono maggiori rispetto alle tecniche PRK. Dopo l'intervento non vengono messe lenti a contatto. Il bruciore e la lacrimazione post-operatori, più ridotti, si limitano a qualche ora. Il giorno dopo il paziente ha già in genere una visione soddisfacente.

In entrambi i tipi di tecniche è importante che il paziente segua alla lettera le istruzioni e la terapia, a base di colliri, prescritte dal medico. Nei primi giorni le gocce dei colliri vanno messe piuttosto frequentemente, poi nelle settimane successive la frequenza di queste somministrazioni si riduce via via sensibilmente. E' importante nei primi giorni non sfregarsi gli occhi, non truccarsi e proteggersi all'esterno nelle ore diurne con un occhiale da sole.

 
Ultimo Aggiornamento: 08.05.2017